L'Europeista pentito.
di Fabrizio Rusconi
Sono un europeista pentito. Mi spiego questo mio disamore con ciò che è diventata l’Europa: il Rotary-club delle politiche nazionali. Evento di qualche giorno fa l’Irlanda non riconosce il trattato di Lisbona. Indice un referendum e i ‘no’ passano col 57,4 %. Ma presumibilmente il trattato di Lisbona non verrà stralciato tanto poco conta ormai ciò che vogliono i popoli. ‘Il popolo è sovrano’ (art. 1), le costituzioni repubblicane di oggi sanciscono questa sovranità al contrario, segno della storia si dirà: al posto del suddito abbiamo il cittadino: forse, ma sinceramente del popolo non mi sembra il caso di parlare. Popolo è un concetto specioso e anacronistico. Nessuno parla più di popolo, almeno per strada. E’ una realtà culturale che si è persa nelle nebbie della storia. Oggi che poi anche la Storia appare superata, figurarsi che fine può aver fatto il popolo che era il suo manovratore. L’Europa non ha popoli da rappresentare e nemmeno nazioni fatte di cittadini, l’Europa non rappresenta che se stessa, l’apparato, il club dei magnifici. Assoluta entelechia, monstrum autoreferenziale, ipostasi fatta al più di luoghi di rappresentanza: gli inaccessibili olimpi di Strasburgo o Bruxelles. Qui abita l’ultimo avatar del dio politico: il tecnocrate. Al tecnocrate, dio prolifico dell’Europa a 27, non importa cosa sia davvero l’Europa, nome collettivo, metafora, eziologicamente mito della ragazza rapita dal toro (Zeus); L’Europa è il suo biglietto da ‘x’ a Strasburgo, da ‘y’ a Bruxelles. L’Europa sono le sue laute prebende - è pagato per credere alla parola Europa e a rappresentarla nei vari consessi - sono i 190 mila euro annuali che si becca (oltre il suo emolumento da europarlamentare) per ogni suo sfizio sapienziale, euristico, soddisfatto dai vari consulenti che egli si è scelto all’uopo - magari mastellianamente, tra i suoi famigliari o clientes: l’Europa è solo un po’ più seria, o solo più scaltra.
C’è poi anche un altro tasto dolente, l’inquinamento. L’apparato viaggia, si sposta e brucia carburante. Sono stati fatti studi accurati su quanto l’Europa dei governi inquini l’Europa dei popoli. L’ubiquità della doppia sede non aiuta, anzi. Uno studio dei Verdi ha rivelato che la doppia sede Bruxelles-Strasburgo, colpa il continuo andirivieni dei nostri alati eurotecnocrati ed eurodeputati, rappresenta un aggravio di oltre ventimila tonnellate di ossido di carbonio. L’equivalente in un mese di ben tredicimila voli di andata e ritorno tra Londra e New York.
Il parlamento europeo pare non sia al sicuro nemmeno dalle pressioni delle lobbies nazionali. So che molti commissari sono sotto inchiesta proprio perché condizionati (corrotti) da tali poteri più o meno occulti. Che poi non si riescano a mettere in atto misure contro l’inquinamento delle automobili perché non converrebbero al lobbista della bmw - da cui l’europarlamentare, magari ‘commissario ai trasporti’, è influenzato - è un limite soverchio che si ripercuote negativamente sulla nostra stessa idea di comunità come luogo in cui esercitare politiche ecologiche, non speculative. Appunto: un’idea di comunità come luogo è davvero altra cosa da un’idea di comunità come mercato. Nel primo caso si dovrebbe pensare in termini di abitabilità, di convivenza, di territorio e di ambiente; al mercato invece si connettono altre categorie di pensiero quali il vantaggio, il target di conumo, il marketing, o sia tutto ciò che ruota intorno al meccanismo di produzione e consumo.
Non esiste monstrum più terrifico di una politica autoreferenziale. Quando questa autoreferenzialità diventa eziologica la politica finisce per essere aliena alla definizione che ne ha data nei secoli la scolastica: l’arte di governare la società. Istituzioni fantomatiche come la EU lo confermano; ma è in buona compagnia. Che cos’è la BCE (Banca centrale europea) se non un’altra di queste assurde ipostasi rappresentative di nulla se non di se stesse. Sciolto l’acronimo lo stigma è lo stesso: c’è di troppo e di sostanziale quella ‘E’ che somiglia all’unico corno dell’unicorno, e per metonimia rimanda a mondi di pura fantasia. Che poi tolto il cornetto resta un cavallo bianco - bianco sporco? pezzato? - cioè un animale comune. La BCE è davvero quello che sappiamo tutti, una torre d’avorio, pardon, di cristallo nel cuore del centro finanziario di Francoforte. Una torre fortezza nella quale si giocano i destini di tutti con la leggerezza e la spensieratezza con cui noi comuni mortali giochiano a quell’altro innocuo gioco di fantasia che ha nome Dungeons & dragon. La BCE guarda alla Bundesbank (la banca federale tedesca) come alla sfera di cristallo di una maga. Finge di potervi intravedere anche il mio, nostro, vostro destino, quando in verità di tutto ciò non gliene frega niente: e come potrebbe d’altronde visto che non esiste un’europa dei popoli ma solo dei governi? Così l’importante è continuare a giocare il gioco della BCE in quel cazzo di grattacielo blindato.
Chiudo citando le parole che una poetessa-scrittrice-intellettuale austriaca, Ingeborg Bachmann, scrisse più di quarant’anni or sono; parole attualissime, profetiche, con cui la Bachmann andava al cuore della falsa pomposa retorica dell’embrassons nous, o sia dell’ideale di un’Europa senza confini, di un’Europa dal cui seno, il mercato comune, non poteva che nascere l’aborto del supermarket dello spirito:
Così il mondo intende
definitivamente
imporsi
esser già detto. Non lo dite.
(Ihr Wörter)
Reader Comments (1)
Insomma, parafrasando uan frase storica: fatta l'Europa, chi se ne frega del popolo europeo!!!
Un caro saluto!!!
PS. Ti ricordidi cancellami da quel blog? Grazie!!! ;-)